STORIA DEL RICAMO
Le
pagine che seguono dedicate alla STORIA DEL RICAMO sono
estratti dalle Conferenze che la Presidente dellAssociazione
Culturale ARTE DEL FILO Dott.ssa Maria Concetta Ronchetti ha tenuto,
negli anni, durante le Mostre di Ricamo.
Non sono trascritti in sequenza cronologica, ma secondo linteresse
del momento.
È concesso
riprenderne alcune parti, a condizione di nominarne la fonte.
>Storia del Ricamo
>Imparaticci
>Fazzoletti
Il ricamo
è un’arte antichissima, apparsa molto probabilmente in Oriente, poi
arrivata in Occidente. La storia del ricamo può essere ricostruita per la
maggior parte citando fonti storiche e iconografiche e, solo in piccola parte,
studiando i reperti autentici.
Si parla di ricamo nella Mitologia, nei poemi di Omero e di Virgilio e
nella Bibbia; quando Mosé prepara il Santo Tabernacolo lo descrive con queste
parole: "…fece il velo di porpora viola e di porpora rossa, di scarlatto
e di bisso ritorto. Lo fece con figure di cherubino, lavoro di ricamatore."
(Esodo 36,35).
Non mancano, anche se ridotti in piccolissimi frammenti, testimonianze
autentiche: in Egitto sono state rinvenute strisce
decorative risalenti a secoli prima di Cristo, così anche in Attica dei pezzi
di lino ricamati risalenti all’epoca classica; data la loro precisione ed
accuratezza si desume che fossero frutto di una scuola regolare e formalmente
codificata. Sono già presenti molte specie di punti, quali: filza, erba, punto
croce semplice e orientale, gobelin.
Il ricamo rappresentava il modo più semplice per impreziosire e personalizzare,
aumentandone così dignità e prestigio, i capi d’abbigliamento indossati da
personaggi di grande risalto politico o religioso.
In Italia, e precisamente in Sicilia, questa arte inizia intorno all’anno
mille, durante il dominio dei Saraceni, che vi introducono laboratori di
tessitura e di ricamo, rispettivamente Thiraz e Rakam, dai quali escono manti
cerimoniali di grande pregio. La parola ricamo deriva dal lemma arabo raqm
(racam) che significa “segno, disegno”.
Durante il regno dei Normanni, in particolare di
Ruggero II, la maestria dei ricamatori e tessitori è tale che i loro manufatti
sono degni di Papi e Imperatori. Ci rimane, quale monumentale testimonianza, il
Mantello da incoronazione del Sacro Romano Impero, ricamato con oro e perle, con
un motivo di cammelli assaliti da leoni tigrati, a specchio, separati da una
palma da datteri, simbolo dell’albero della vita. Fu ordinato nel 1133 e fu
portato a termine nel 1134; ora è conservato nel Kurstgeveben Museum di Vienna.
(foto 1)
Molto probabilmente la tecnica e i decori sono stati portati presso le altre
maggiori corti della Penisola dalle stesse maestranze arabo-sicule, costrette a
fuggire sulla fine del secolo XIII a seguito della rivoluzione dei Vespri.
I motivi ornamentali sono, in quell’epoca, ancora limitati a pochi elementi
fitomorfi (albero della vita, giglio) e zoomorfi (grifoni, pappagalli, aquile),
resi in maniera schematica ed essenziale.
Come esempio a se stante, relativo all’arredo, resta fondamentale l’arazzo
di Bayeux, detto anche della Regina Matilde. Realizzato tra il 1066 e il
1077, su tela di lino grezza con lana colorata, racconta, con punti di ricamo
semplici, quali il punto erba e catenella, la conquista normanna
dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore.
La rappresentazione è spontanea e viva e si immagina sia stato un combattente
stesso a disegnarla, per le figure schematiche, ma efficaci. Le misure
monumentali, m.70 per cm. 50, ne fanno un pezzo veramente unico e raro, nel
contesto del ricamo profano romanico. (foto 2)
Nel XIV secolo, anche l’Inghilterra vanta
un’ottima scuola di ricamo, detta Opus anglicanum, caratterizzata dall’uso
di sete policrome e dalla grande raffinatezza dei lavori. Nei lavori sono
rappresentate per lo più simboli dell’Antico e del Nuovo Testamento e storie
di Santi, con una chiara funzione didattica.
Nel mantello di “Syon-Cope”, la disposizione dei Santi è in circoli
concentrici, le figure sono racchiuse in ottagoni con archi, gli spazi vuoti
sono riempiti da angeli. La caratteristica di questi manufatti è data non tanto
dai punti di ricamo utilizzati, che non variano molto da un paese all’altro,
ma dallo stile con il quale sono rappresentati i personaggi, poiché sono
tratteggiati in modo "terreno", con atteggiamenti teatrali. (foto 3)
La Chiesa assegna al ricamo il compito di edificazione religiosa. Il materiale
che il medioevo offriva per i soggetti era inesauribile: non solo figure del
Vecchio e del Nuovo Testamento, ma anche la crescente schiera di Santi
presentava un’infinita abbondanza di avvenimenti interessanti e meravigliosi
che apportavano ai fedeli edificazione e meraviglia, ma anche timore e
commozione. Dal Medioevo fino al XVI secolo inoltrato, i ricami sono sovente
portatori di tradizioni popolari e di poesia, ma anche di leggende profondamente
radicate nell’animo dei popoli.
Anche in Germania il ricamo ha origini antiche; qui
troviamo l’Opus Teutonicum, caratterizzata dal ricamo bianco su bianco, con
una grande varietà di punti per creare un effetto a rilievo. Questo tipo di
lavoro forse fu inventato per sopperire alla mancanza delle preziose sete
colorate e fronteggiare, con l’abilità manuale, alla fastosità del colore.
Con questa tecnica si prepararono tovaglie d’altare, drappi quaresimali, veli
da calice. (foto 4)
Anche in Svizzera si produce un ricamo, che oltre
che svolgere uno scopo ornamentale di arredo, come gli arazzi in genere, anche
uno scopo protettivo contro il freddo: lo realizzano le donne nobili, le
borghesi e le suore nei conventi, tanto che il punto adoperato (punto croce
semplice e orientale) sarà anche detto “monastero”.
In Italia, fin dal Trecento, sono documentati
laboratori in tutta la penisola e in particolare a Firenze. L’arte è
conosciuta come Opus florentinum. Molti reperti di “pittura ad ago”
attestano una grande qualità e una certa ariosità spaziale tipicamente
italiana.
Soprattutto nel quattrocento e nel cinquecento, è documentata la collaborazione
fra le “arti maggiori” e le “arti minori”, così accade che grandi
maestri di pittura, come il Botticelli e Bartolomeo di Giovanni, preparino i
cartoni per i ricamatori che poi li trasferiranno su piviali o paliotti. (foto
5)
L’arte del ricamo era prerogativa maschile, suo era il nome della bottega,
tuttavia ci sono prove documentali che comprovano anche la presenza femminile e
non solo monacale.
In particolare, era il passatempo preferito delle nobili dame ed è per queste
che nel ‘500 sono pubblicati i primi libri di modelli di ricami. Una delle
pubblicazioni più antiche sembra essere Il burato, libro de ricami, di Alex
Paganino, senza data, ma probabilmente del 1527. Seguiranno di Giovanni
Tagliente "Esemplario novo" che insegna alle donne a “cuscire,
a recamare e a disegnare”.
Grande successo avrà anche l’opera di Giovanni Ostaus, “La vera perfettione
del disegno di varie sorti di ricami”, che sarà riedito varie volte, nel 1557
e nel 1591. I bellissimi disegni proposti presentano sia disegni geometrici,
ispirati ai giochi decoratici dei giardini all’italiana, ma anche ai ghirigori
e arabeschi orientaleggianti, e alle eleganti volute fitomorfe, di vite con
grappoli d’uva e viticci, di quercia con ghiande, di melograni. I punti usati
sono il punto scritto, il punto piatto, il punto pittura, l’erba, il
catenella, il riccio, utilizzando finissimi fili di seta policromi e metalli
preziosi.
Dei ricami dell’epoca non mancano documentazioni iconografiche nella copiosa
ritrattistica pittorica: sono così molto ben visibili i ricami di seta color
ruggine, blu, rossa, nera oppure con filato d’oro, a sottolineare gli scolli e
i polsi delle camice da giorno.
Nell’arredo, su schienali e sedili di poltrone, si imita con l’ago, a punto
croce o a piccolo punto, l’effetto arazzo delle “tapisseries” fiamminghe
ed italiane. (foto 6)
In Francia la riorganizzazione dell’Arti e
dell’Artigianato determinata dall’accorta politica di Jean Baptiste Colbert,
ministro di Luigi XIV, riunisce in un unico luogo, dov’era esistita la
manifattura d’arazzi di Gobelins, tutti i laboratori destinati a produrre
soltanto per il re. Sotto la direzione del pittore Le Brun, dal 1663, una équipe
di artisti rinomati, tra cui scultori, architetti, ebanisti, incisori, tessitori
e ricamatori, vengono riuniti nella “Grande Fabrique” per creare gli arredi
dei sontuosi interni ed il guardaroba personale del loro sovrano.
La moda dei ricami coinvolge le “nobili et virtuose donne” europee, che
continuano a trovare in quest’arte un modo materiale e spirituale di evadere
dalla quotidianità familiare. A Venezia si occupa di ricamo persino suor
Arcangela Tarabotti, la scrittrice femminista ante litteram.
Si diffondono ovunque gli Istituti di religiose che accolgono giovinette
abbandonate per insegnare loro un mestiere, di ricamatrice o merlettaia, e per
aiutarle poi, anche con l’apporto di una dote messa da parte in anni di lavoro
all’interno del collegio, ad inserirsi degnamente in società.
Nel Settecento
si assiste addirittura ad un aumento di ricami, anche se forse meno rilevati e
spessi.
Viene usato prevalentemente per l’abbigliamento maschile, “camiciole” e
“velade” si arricchiscono di bassorilievi auro-serici lungo le bottonerie e
sui bottoni, attorno alle tasche, a sottolineare gli orli degli scolli, gli
spacchi, risvolti, sui paramani delle maniche sagomate. Sono per lo più fiori,
di tutte le tipologie, a mazzi, a tralci a ghirlande, intrecciati a nastri, nodi
d’amore, nappe, conchiglie e piume. (foto 7)
Quanto all’arredo si accrescono le occasioni per utilizzare superfici
ricamate: si assiste per esempio alla creazione di una varietà di sedie
sconosciute in precedenza, come i “canapès”, le “Bergeres”
con poggiatesta, i poggiapiedi, i paraventi, ed infine i letti, con baldacchino,
tendaggi, mantovane, buonegrazie. È il trionfo del piccolo punto, delle
raffigurazioni allegoriche e mitologiche, delle grottesche arricchite di animali
esotici. Questo lavoro a punti contati su canovaccio è il più facile di tutti
i ricami, così che tutte le dame del mondo vi s’impegnarono molto. La stessa
Maria Antonietta realizzò tappezzerie di questo genere che destinava al suo
appartamento da Caccia alla Tuileries.
Una nuova “Rinascenza” dell’Arte del ricamo di avrà nell’Ottocento,
argomento che riprenderemo prossimamente.
Pare che labitudine di appuntare le
figure o i punti su un telo come esercizio sia sempre esistito,
ma solo agli inizi del XVI secolo questi lavori vengono
menzionati attribuendo loro un nome.
Nei paesi anglosassoni questi si chiamano SAMPLERS (dal latino
EXEMPLUM), modello da imitare, in Francia prendono il nome di
MARQUOIRS, che deriva da POINT DE MARQUE, altro nome del punto
croce, perché destinato a marcare la biancheria, in
Italia IMPARATICCI, esercizio per le fanciulle.
Il primo riferimento scritto si trova in un libro per la
contabilità, del 1502, di Elisabetta di York, moglie di Enrico
VII, dove è annotato il prezzo di "una pezza di lino da
usare per un sampler per la regina".
Lo sviluppo dellimparaticcio nel XVI secolo è direttamente
connesso alla diffusione del ricamo dilettantesco. Le dame delle
classi agiate dedicavano ormai molto del loro tempo al ricamo e
il sampler era usato come una sorta di quaderno di appunti, nel
quale registrare motivi decorativi e punti di lavorazione da
consultare alla bisogna.
Nel XVI secolo la forma degli imparaticci riflette il loro
scopo pratico di campionario.
Sono composti da rettangoli lunghi e stretti, generalmente pari
alla larghezza del telaio, il tessuto di base è il lino e i
ricami sono eseguiti generalmente con un filo di seta. In alcuni
casi si hanno imparaticci lavorati in ambo i sensi tanto che gli
alfabeti possono apparire capovolti. I motivi sono disposti senza
ordine, aggiunti a caso gli uni agli altri. Questi imparaticci
stretti e lunghi erano spesso avvolti intorno ad un manico o
arrotolati dentro ad un cestino da lavoro, affichè la
ricamatrice potesse facilmente consultarli e trarne ispirazione
per i suoi lavori. Limparaticcio più antico che esiste è
conosciuto come SAMPLER DI JANE BOSTOCKE, 1598, conservato a
Londra, nel Victoria and Albert Museum. (foto 1)
Gli elementi figurativi, floreali e
geometrici sono chiaramente ispirati ai libri di modelli
cinquecenteschi dorigine italiana; è stato eseguito con
fili di seta con laggiunta di perline, fili metallici, in
una gran varietà di punti. La disposizione arbitraria degli
elementi figurativi e dei motivi decorativi sono la riprova della
funzione di promemoria dellimparaticcio.
Nel XVII secolo, gli imparaticci cominciano a perdere la
loro funzione di campionario, data la crescente diffusione di
libri di modelli e motivi di ricamo, e vengono così ad assumere
la funzione di dimostrazione di bravura. Molti dei capi
presentano un elevato livello dabilità tecnica e una vasta
gamma di punti che include: il punto raso, catenella, asola,
croce e spina. Era molto diffusa inoltre la tecnica dei punti
tagliati e dei fili tirati.
Gli alfabeti appaiono per la prima volta nel 1643 (anche se è un
motivo già presente nei testi di modelli cinquecenteschi),
generalmente venivano scritte tutte le lettere, eseguite in
diverse dimensioni, maiuscole, minuscole, semplici o contornate
col punto scritto, o in scrittura gotica.
Di questo periodo si conoscono due tipi di Sampler: uno a strisce
e uno a schema libero.
Il sampler a strisce è solitamente lungo e stretto e ricamato
con bordure a fascia o a file di disegni ripetute. In questo
periodo si diffonde la pratica di scrivere il nome della
ricamatrice e la data desecuzione.
(foto 2) Tipico del periodo questesemplare, (1657)
ricamato in seta policroma, che presenta tre strisce di fiori
stilizzati e una fila di lettere alla base. I motivi delle
strisce attingono ancora ai libri di modelli dorigine
italiana, perlopiù basati su soggetti naturali, quali ghiande,
tralci duva e foglie dacanto, in perfetto stile
rinascimentale.
Nellimparaticcio a schema libero, di forma quadrata, i
motivi sono distribuiti su tutta la superficie e presenta una
varietà di motivi naturalistici e figurativi posti a piacere e
brevi sezioni di bordure. Sono assai diffusi garofani, cardi,
tulipani, e tralci duva, inoltre cervi, uccelli e farfalle,
nonchè insetti, a dimostrazione dellinteresse dellepoca
per la natura.
Questo tipo dimparaticci, sebbene raramente firmati o
datati, sembrano assai popolari nel corso dellintero secolo
e suscitano un certo fascino naïf.
Nel XVIII secolo lo scopo pratico delle origini è ormai
dimenticato. Limparaticcio diventa più che altro un
oggetto decorativo, con uno schema generale di motivi ben
bilanciati e disposti attorno ad un asse centrale. I motivi
architettonici divengono uno dei motivi più popolari, si
ricamano grandi case signorili, come la casa di famiglia o un
edificio di una qualche importanza della città, mulini a vento,
pagode, templi classici, raffigurati assieme a pastorelli, cani,
cervi e una grande varietà danimali. Appare nel 1709 anche
il motivo di Adamo ed Eva che ebbe molta fortuna e popolarità.
Limparaticcio assume anche una funzione morale ed educativa,
così appaiono trascritte poesie o preghiere o brani della Bibbia.
Questi sono presenti soprattutto nei sampler di ambiente
anglosassone, perché trascrivere brani religiosi aveva un
duplice fine: esercitare la scrittura ed insegnare alle giovani i
precetti morali. Così attraverso un metodo di lavoro si
diffondeva una capillare e costante educazione alle virtù
religiose e ad una migliore alfabetizzazione.
Alla crescente quantità di poesie ricamate corrisponde una
diminuzione di varietà dei punti usati. La difficile lavorazione
a punti tagliati e tecniche complesse sono gradualmente
abbandonate e viene sempre più usato il solo punto croce.
(foto 3) Questo sampler è un tipico esempio dellepoca.
Il XIX secolo è il secolo doro del punto croce.
Con il progresso della stampa, da Berlino si diffondono in tutta
Europa schemi di punto croce stampati su carta quadrettata e
colorati a mano: la domanda è tale che nel 1840 se ne
pubblicheranno ben 14.000!
Il ricamo diviene loccupazione privilegiata sia per le
aristocratiche dame, che lo fanno per diletto, che delle classi
popolari che lo fanno per lavoro. Avvenendo in convento leducazione
delle fanciulle di buona famiglia, gli imparaticci abbondano di
simboli religiosi, come cuori trafitti, crocefissi, figure di
madonne e santi. Il clima romantico influenza anche le frasi
ricamate negli imparaticci, così abbondano celebrazioni allamore,
allamicizia, alla morte. Vengono usati copiosamente anche
animali come: cani, gatti, pappagalli oltre che trionfi di fiori
spampanati.
Con il progresso della chimica, i fili da ricamo crescono di una
infinità di colori. Tuttavia le cifre sulla biancheria restano
rosse, perché il rosso è il solo in grado di resistere ai
lavaggi. Il filato di seta viene sostituito dal cotone e dalla
lana.
(foto 4) Il tessuto di lino viene sostituito dal
cotone; si inventa il canovaccio Penelope, con due
trame orizzontali attraversate da due orditi verticali, che
permette di alternare punti grandi e piccoli.
A
partire dalla seconda metà del XIX secolo, gli imparaticci svolgono una semplice
funzione didattica e perciò perdono spontaneità e creatività.
Linteresse delle fanciulle si rivolge ora verso il ricamo
artistico, forma creativa di ricamo che si sviluppò per linfluenza
di William Morris, artista inglese interessato alla storia del
ricamo e al revival del lavoro ad ago che considerava una cosa
seria.
Oggi limparaticcio è diventato un oggetto da collezione. Il suo interesse sta nella sua testimonianza storica e anche se non può essere considerato in senso stretto unopera darte, limparaticcio ci trasmette sensazioni daltri tempi e preziosi informazioni dei pensieri della vita delle fanciulle nostre antenate.
Fin
dalle epoche più remote, il fazzoletto è stato al centro
dell’attenzione d’uomini e donne, sia nelle culture orientali, dove trova la
sua origine, che in quelle occidentali. Presso i Persiani, era riservato ai
dignitari di grado elevato quale indice di sovranità; in Grecia era indicato
con il termine "faxiolion"; presso gli Egiziani, come ricorda
Plutarco, la bella Cleopatra inviava all’amato Antonio fazzoletti intrisi di
lacrime.
Durante
il Medioevo, la Chiesa trasforma i fazzoletti romani in manipoli e
purificatoi, per i riti della Santa Messa.
Durante
il XV secolo, i corredi annoverano decine di fazzoletti: sessantadue in
quello di Lucrezia de’ Medici quando andò in sposa a Bernardo Rucellai, ben
centodiciannove in quello di Anna Maria Sforza.
Le
buone maniere consigliano di piegarlo in due per esibirlo fra le dita o tenerlo
nel palmo della mano, affinché sbuffi il centro e siano in vista i lati ornati
di frange e ricami in seta rossa o nera. A Venezia, già nel 1540, il fazzoletto
si pone in tasca, è sempre grande, più ricco, di tela finissima, ornato di
nappine agli angoli, bordato di “merli” ad ago o fuselli.
Nel
1594, il "Journal de l’Estoil" riferisce che Enrico IV regala
cinque fazzoletti "d’ouvrage d’or, d’argent et soie" alla sua
favorita Gabrielle d’Estrees, affinché li esibisca durante i ricevimenti a
corte.
Soggetto
alle leggi suntuarie, mai osservate, il fazzoletto si arricchisce di
costosissimi pizzi a punto in aria e a fuselli.
Nel
XVII secolo si diffonde l’uso di cifrarli, tanto erano preziosi, per
poterli ritrovare in caso di smarrimento.
Nel
corso del Settecento, il fazzoletto andrà a nascondersi nei manicotti,
nelle tasche, nelle ampie scollature, uscirà, quale sottile arma di seduzione,
solo per asciugare le lacrime di qualche svenevole damina.
Gli
elenchi dotali ne riportano ancora in numero elevato e tutti adorni di ricami e
merletti preziosi: piccoli quelli da nascondere nell’abito, grandi fino a 70
cm quelli da giorno e da notte.
I
ricami occupano quasi tutto l’intera superficie del fazzoletto e illustrano
paesaggi fantastici, scene di vita campestre, architetture, cineserie.
L’abitudine di fiutare il tabacco, anche da parte delle damine incipriate,
comporta la diffusione di grandi fazzoletti dai toni scuri. Lo sviluppo delle
piantagioni di cotone americane, verso la fine del settecento, portarono alla
diffusione di questo genere di fazzoletto.
Fu
Luigi XVI, sollecitato dalla moglie Marie Antoniette, a stabilire la forma
quadrata, quale unica adatta all’eleganza e alla praticità.
La
rivoluzione Francese cancellerà tutte le raffinatezze "ancien regime"
ed il fazzoletto dovrà attendere alcuni decenni prima di tornare alla moda.
Nel
corso dell’Ottocento, il fazzoletto diverrà imprescindibile da ogni
toilette femminile; diverrà simbolo di signorilità e pegno d’amore,
rivelatore di capricci, raccoglitore di lacrime, detentore di segreti. Stando ai
pettegolezzi dell’epoca, fu Giuseppina Beauharnais, futura imperatrice di
Francia, a rilanciare il fazzoletto: lo usa in modo civettuolo per nascondere i
denti malsani.
Il
fazzoletto Impero misura 55 centimetri per lato e può essere rifinito a picot
da un’alta bordura di Valenciennes o Malines o pizzo d’Inghilterra.
Con
la Restaurazione il fazzoletto di fine batista propose scene ricamate relegate
negli angoli, personalizzato da stemma e cifre.
Già
nel 1822, l’uomo porta un fazzoletto bianco ripiegato nella tasca del
frac che servirà ad asciugare perle di sudore, ad offrirlo alla signora
commossa, a pulire le lenti degli occhiali.
Per
le signore, già nel 1835 il “Corriere delle dame” riporta le novità che
suggeriscono fazzoletti ricamati a “trapunto”, alquanto ricchi fino a non
rivelarne il fondo, ormai il fazzoletto è tornato ad essere sinonimo di
eleganza tanto da essere ricordato puntualmente dai giornali di moda che ne
rivelano le diversità di stagione in stagione. Sono fazzoletti tanto costosi
per la grande profusione di ricami floreali che propongono elaborate lavorazioni
quasi da capogiri.
Dalla fine degli anni Trenta, gli angoli iniziano ad essere stondati, una moda questa che resterà fino agli anni sessanta dell’Ottocento. Il fazzoletto è prescritto per ogni abito da indossare durante il corso della giornata. Piccoli e rigorosamente bianchi, ricchi di ricami e merletti quelli matrimoniali: cupidi sfreccianti, fedi intrecciate offerte da immacolate colombe. Sempre di fine battista, con salici piangenti, rose, viole del pensiero, campanule, gigli, cornucopie, blasoni coronati, cifre e monogrammi sono quelli esibiti nelle cerimonie, durante le visite, per le passeggiate, per il teatro, pranzi e balli, tenuti in mano con civetteria dalle dame.
Curiosità:
si offrono all’innamorato i fazzoletti ricamati con i capelli dell’amata!
Dal
1870 in poi, quest’accessorio come strumento di seduzione deve lottare
con il ventaglio, i guanti, gli occhiali, il bouquet, l’ombrellino, le
borsette dove ben presto sarà nascosto.
Pur
restando la distinzione fra quelli da giorno e quelli da gala, il fazzoletto
semplifica la sua ornamentazione, non viene dimenticato, infatti, tutti i
giornali di moda e quelli dei lavori femminili li riportano con una certa
frequenza fino allo scoppio della prima guerra mondiale.